Titoli illiquidi e questionario MiFID: il Tribunale di Bari condanna la banca a risarcire integralmente il risparmiatore

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Risparmio tradito e investimenti azionari: una recente pronuncia condanna l’istituto di credito per aver violato i doveri di trasparenza. Un’importante vittoria giuridica per chi ha visto azzerato il proprio capitale a causa di operazioni inadeguate.

La decisione del 18 dicembre 2025 riafferma un principio fondamentale per la tutela del cittadino: se la banca vende azioni rischiose a un cliente con un profilo prudente, omettendo di informarlo in modo chiaro e personalizzato sui reali pericoli, è tenuta a restituire tutto il capitale perduto.

Le regole del gioco: il Testo Unico della Finanza. Nell’ambito dell’intermediazione finanziaria, il rapporto tra la banca e il cliente è severamente regolato dal Testo Unico della Finanza (TUF) e dai relativi Regolamenti della Consob. Tra gli istituti centrali a presidio dell’investitore vi è la “profilatura”: tramite la compilazione di un modulo (noto come questionario MiFID), la banca ha il dovere di valutare l’esperienza, la situazione patrimoniale e gli obiettivi di rischio del risparmiatore. Questo passaggio è essenziale per adempiere all’obbligo informativo. L’intermediario, infatti, non può limitarsi a eseguire passivamente gli ordini, ma deve fornire indicazioni chiare sui rischi, astenendosi dal proporre investimenti inadeguati. Tale dovere è ancora più stringente quando si tratta di “titoli illiquidi”, ovvero strumenti finanziari non quotati sui mercati regolamentati e, pertanto, difficilmente rivendibili se non a fronte di ingenti perdite economiche.

Il caso: azioni ad alto rischio a una cliente prudente. La vicenda esaminata e decisa dal Tribunale di Bari, con la Sentenza del 18 dicembre 2025, rappresenta un caso emblematico. Una correntista, casalinga con un basso grado di istruzione e un profilo di rischio categoricamente prudente (orientato alla mera conservazione del capitale), si è vista addebitare l’acquisto di azioni della medesima banca per quasi 36.000 euro. Si trattava, per l’appunto, di titoli illiquidi e ad altissimo rischio, del tutto incompatibili con le esigenze della cliente. Il questionario di profilatura, peraltro risalente ad anni prima rispetto alle operazioni, evidenziava chiaramente la volontà della risparmiatrice di proteggere i propri risparmi. Ciononostante, la banca ha proceduto con l’operazione, omettendo di informare in modo reale, effettivo e personalizzato la cliente circa il gravissimo pericolo di azzeramento dell’investimento.

Il principio giuridico: la presunzione di responsabilità. Il Giudice ha accertato il colpevole inadempimento dell’istituto di credito, accogliendo in pieno la domanda di risoluzione per responsabilità contrattuale. Il principio adottato in sentenza, in perfetta e dichiarata aderenza con i più granitici orientamenti della Suprema Corte di Cassazione, è rigoroso: nei giudizi di risarcimento danni, spetta sempre alla banca l’onere di dimostrare di aver agito con la specifica diligenza richiesta e di aver fornito tutte le informazioni necessarie. In mancanza di tale prova rigorosa, scatta una presunzione legale di nesso causale. Si presume cioè che il cliente, se fosse stato correttamente e lealmente informato della reale natura illiquida del titolo, si sarebbe astenuto dall’investimento. A nulla vale la semplice firma apposta dal cliente su moduli standardizzati o su documentazione voluminosa e incomprensibile.

A tutela dei risparmiatori: un precedente prezioso. Questa brillante pronuncia rappresenta una vittoria limpida e vitale per i diritti degli investitori, troppo spesso schiacciati dall’asimmetria informativa che li separa dai grandi istituti bancari. È un segnale di grande civiltà giuridica: la forma non può e non deve mai prevalere sulla sostanza del diritto. Non è sufficiente far sottoscrivere una mole di scartoffie precompilate per scaricare surrettiziamente i rischi di mercato sulle spalle di un cittadino ignaro. La condanna della banca alla restituzione integrale del capitale investito, oltre al riconoscimento della svalutazione monetaria, restituisce piena giustizia alla parte debole del rapporto contrattuale. Decisioni così puntuali dimostrano che l’ordinamento offre strumenti potenti per reagire ai soprusi finanziari, incoraggiando chiunque si trovi in situazioni analoghe di “risparmio tradito” a non rassegnarsi fatalisticamente alla perdita del frutto del proprio lavoro.

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